I ritorni sono sempre difficili. Torni con tante domande. Molti dubbi. Lasci a casa tutti gli affetti. La mamma, il papà, i fratelli, i nipotini che crescono, gli amici che vivono la loro vita. Guardi la tua terra quasi come uno straniero. Vedi le cose come dall’alto e cerchi di capire.
Il tuo legame con quella realtà è molto forte. È dove sei nato, dove hai passato gran parte della tua vita, dove pensavi di vivere un giorno. Poi sei partito. E ti senti sconfitto, perché non sei riuscito a essere quello che volevi essere. Il lavoro, la situazione economica e la sfortuna non ti hanno permesso di realizzare i tuoi sogni. È difficile per me pensare a una persona che nasce pensando di partire. La partenza è quasi sempre una necessità o forse un obbligo. Si parte anche con il sogno di tornare.
Ogni volta che torni nel tuo paese d’origine ti chiedi che ne è stato dei tuoi amici. Si sono sposati? Hanno figli? Hanno comprato casa? La macchina?
A volte è più importante questo che la tua realtà d’emigrato. A volte ti sacrifichi solo per fare vedere alla tua famiglia che stai bene. Una sorta di riscatto personale alla vita. La voglia di nascondere i drammi della tua vita d’emigrato. Ti metti sempre dalla parte dell’eroe. Poi finisce. Il tempo passa e devi tornare. A Modena. Nella tua casa con i tuoi fantasmi.
Allora cominciano le domande, ti ritrovi con te stesso, rivedi la tua vita e ti rendi conto che molte cose sono virtuali. Che il tuo rapporto con le persone a casa è basato su fatti che hai voluto raccontare. E che anche la tua realtà emiliana è un po’ falsata.
Non si riesce mai a raccontare tutto e qualche volta, quando non si hanno risposte o non si possono dare risposte, si mente. L’e
migrato è molte volte bugiardo: con le persone della sua terra, con le persone della sua nuova terra e con se stesso.
venerdì 25 marzo 2011
martedì 22 marzo 2011
Rock'n'Roll
Domani che è il mio compleanno, sono più felice del solito. Vorrei parlarvi dei miei primi quarantanni e passa. O dei miei prossimi quarantanni. O della voglia di prendere una barca a vela e girare per mari e porti. O di tutti i libri che ancora non ho letto. O dei dischi che non mi stancherò mai di ascoltare. Dei film che mi emozioneranno ancora. Degli amici persi per sempre e di quelli che non ho mai avuto. Faccio analisi insomma. Di cosa sono diventato e di quello che volevo essere. (Intanto ho finito di leggere l'ultimo Michael Cunningham che mi è piaciuto molto, davvero un gran bel romanzo... eppoi sono in piena fase R.e.m., nel senso che ascolto solo il loro ultimo fantastico album...) E poi alla fine penso che... baby, la vita, come il rock'n'roll è tutta un'altra storia...
lunedì 14 marzo 2011
OneWay
Ho smesso di scrivere, ma poi ne ho sentito la mancanza, non era giusto abbandonare questo amore… Mi sono guardato allo specchio una mattina, e la sera dopo ho smesso di fumare, ho tirato fuori di nuovo la calzamaglia e le scarpette ed ho ripreso a correre, all'inizio piano, poi più forte, fino a prendere il mio ritmo di sempre … Poi ho messo in fila quel che non mi piaceva ed ho iniziato a parlare e a far valere le mie ragioni: non ho trovato una soluzione per tutto ma iniziare mi è sembrato un passo enorme… Ho ancora dei piccoli buchi di incertezza mescolata ad insicurezza, a tratti ho paura, ho qualche momento di ansia, sudore freddo e palpiti troppo veloci sul mio cuore… Non è detto che una paura non possa essere trasformata in qualcosa di positivo per se stessi... perché certe volte tutto è il contrario di tutto...
lunedì 7 marzo 2011
Lotus Flower
Oggi è di nuovo Modena. Che mi parte a palla quasi fosse da sempre inserita nel mio iPod. I Radiohead sembrano suonare e dipingere questa città di pianura. Sarà per la presenza quasi isterica di un vento antipatico. O per il tuo sguardo. Su cui appoggerò le mie mani stanche, non lontano da ciò che più mi è rimasto ancora, vivo, dentro il cuore. Modena è splendida sotto questo leggero sole di un inverno che sta chiudendo i battenti. In questa linea di confine dipinta da razze opposte e da te, piccola. Colori acidi che sfumano violentemente in quel colpo alla schiena chiamata cassa integrazione. Non è un caso, credo, che ad un certo punto mi fermo impassibile a fissare una birra da mezzo, mentre i Radiohead cantano Lotus Flower. Traccia n°5
di un capolavoro. Poi sei ancora te. Sempre. Che però vedo per poco. Troppo poco per perdere il mio sguardo nel tuo.
di un capolavoro. Poi sei ancora te. Sempre. Che però vedo per poco. Troppo poco per perdere il mio sguardo nel tuo.
mercoledì 2 marzo 2011
Collapse Into Now
Ripartiamo da zero. Oppure da uno.
Da “Accelerate“, il disco del 2008.
Non ha senso guardare troppo indietro, per raccontare i R.E.M. di “Collapse Into Now“. Quella storia, la storia che inizia nel 1980 e continua con sei dischi in sei anni, dal 1983 al 1988; la storia di “Green” e “Out Of Time“, di Losing My Religion che diventa una hit mondiale così, dal nulla, di “Automatic For the People“, forse il miglior disco pop rock degli anni’90, di “Monster” e “New Adventure in Hi-Fi“; la storia di Bill Berry che smette di suonare e “Up” che viene fuori non si sa bene come, di “Reveal” e “Around the Sun“. Quella storia lì, che c’è e che pesa come un macigno, lasciamola da parte per un momento.
Ripartiamo da “Accelerate“, appunto. Dai R.E.M. arrivati probabilmente alla fine della corda dopo aver tentato di giocarsi la carta della grande pop band su scala mondiale.
Non sono mai stati gli U2, e neanche i Radiohead, anche se nell’immaginario collettivo vengono indicati come una delle tre o quattro band da stadio rimaste. Superati a destra, nel corso dell’ultimo decennio, da Coldplay, Muse e Pearl Jam.
Dovevano diventare una cosa per tutti, sono stati la cosa di tanti. Un gruppo atipico, e bastava andare a un loro concerto per accorgersene. Anche un concerto in uno stadio. Uno di quelli con il pienone. La sensazione è che gran parte di quella gente fosse lì per ascoltare un paio di canzoni e basta. Il resto erano e sono fan. Di quelli veri. Quelli che hanno vissuto i R.E.M. indipendenti, oppure hanno compiuto il percorso inverso. All’indietro.
Dopo “Around the Sun” sembravano finiti, destinati a sciogliersi oppure continuare finendo per diventare la macchietta del gruppo che fu. Quelli che vai a vedere dal vivo sperando nel greatest hits. E poco altro.
Sono ripartiti da loro stessi. Con un disco veloce. Un disco da gruppo. Da saletta. Attacca gli strumenti e parti, vai. Suona.
Non una rivoluzione, ma almeno un atto di appartenenza, quello sì. Si sono ripresi gli R.E.M. degli anni ’80 e ’90 senza fare troppi proclami. Un ritorno al passato non per compiacere il loro pubblico, ma per sopravvivere a una crisi.
Capire quello che il gruppo è ed è stato. Capire soprattutto quello che non sarebbe stato mai. Non sono una band da anni spesi in studio di registrazione a limare ogni difetto. Anche nei dischi più complessi c’era un senso di precarietà che li rendeva speciali. Diversi da tutto. Poi si sono seduti, ma l’hanno fatto comunque rischiando.
Con “Accelerate” sono tornati a non porsi domande. A divertirsi. E infatti quell’album ha goduto di riscontri di critica e pubblico forse anche eccessivi. Sono tornate le copertine delle riviste americane, ovunque si è parlato dei R.E.M. come di un gruppo ormai sciolto, ritornato in pista. E in forma.
In realtà quel disco di difetti ne aveva. E neanche pochi. Era un disco di attitudine, di suono, ma non di canzoni (non tutte, almeno). Era quello che ci voleva in quel periodo, però.
“Collapse Into Now” prende il via da lì. Sono i R.E.M. di “Accelerate”, con i suoni di “Accelerate”, che cercano di ricominciare a scrivere alla R.E.M. Non si concentrano su uno stile: sono rock, ma anche pop. Hanno le chitarre elettriche distorte, e pure le acustiche. Sono il gruppo che ha scritto “Monster”, ma pure quello che ha scritto “Out of Time”.
Sono i R.E.M. che fanno i R.E.M.
Bene, onestamente, senza sembrare la caricatura di loro stessi. E senza neanche porsi troppo il problema di quello che ci si aspetta da loro. Basta vedere il modo in cui hanno scelto di promuovere il nuovo album. Pochissime interviste, niente tour, un video non proprio facile, due singoli fatti uscire in contemporanea, un sacco di anteprime.
“Collapse Into Now” è semplicemente la fotografia del gruppo in questo preciso momento. Non è un disco col pilota automatico, è il disco che avevano voglia di fare e che dovevano fare adesso.
E pazienza se le canzoni somigliano ad altre, se si ha la sensazione di averle già sentite. Anche questo sono i R.E.M., la loro riconoscibilità è sempre stata la loro forza più grande. Quei giri di chitarra, quella voce, quei coretti. Tutto quello che serve, e che c’è.
Non aspettatevi rivoluzioni o un disco che vi cambi la vita. Quello l’hanno già fatto. E se siete ancora qui vuol dire che ci sono riusciti. Non aspettatevi neanche il disco dell’anno. Ma un album che riascolterete tanto, soprattutto se siete tra quelli che di questo gruppo hanno un bisogno quasi fisico. Ecco, quello sì.
Quello c’è. Un disco onesto, dopo trent’anni di carriera.
E non è poco... (E se, come sembra, questo sarà l'ultimo album dei R.e.m., bè forse, sarà la prima volta che piangerò per lo scioglimento di un gruppo, il mio gruppo...)
Da “Accelerate“, il disco del 2008.
Non ha senso guardare troppo indietro, per raccontare i R.E.M. di “Collapse Into Now“. Quella storia, la storia che inizia nel 1980 e continua con sei dischi in sei anni, dal 1983 al 1988; la storia di “Green” e “Out Of Time“, di Losing My Religion che diventa una hit mondiale così, dal nulla, di “Automatic For the People“, forse il miglior disco pop rock degli anni’90, di “Monster” e “New Adventure in Hi-Fi“; la storia di Bill Berry che smette di suonare e “Up” che viene fuori non si sa bene come, di “Reveal” e “Around the Sun“. Quella storia lì, che c’è e che pesa come un macigno, lasciamola da parte per un momento.
Ripartiamo da “Accelerate“, appunto. Dai R.E.M. arrivati probabilmente alla fine della corda dopo aver tentato di giocarsi la carta della grande pop band su scala mondiale.
Non sono mai stati gli U2, e neanche i Radiohead, anche se nell’immaginario collettivo vengono indicati come una delle tre o quattro band da stadio rimaste. Superati a destra, nel corso dell’ultimo decennio, da Coldplay, Muse e Pearl Jam.
Dovevano diventare una cosa per tutti, sono stati la cosa di tanti. Un gruppo atipico, e bastava andare a un loro concerto per accorgersene. Anche un concerto in uno stadio. Uno di quelli con il pienone. La sensazione è che gran parte di quella gente fosse lì per ascoltare un paio di canzoni e basta. Il resto erano e sono fan. Di quelli veri. Quelli che hanno vissuto i R.E.M. indipendenti, oppure hanno compiuto il percorso inverso. All’indietro.
Dopo “Around the Sun” sembravano finiti, destinati a sciogliersi oppure continuare finendo per diventare la macchietta del gruppo che fu. Quelli che vai a vedere dal vivo sperando nel greatest hits. E poco altro.
Sono ripartiti da loro stessi. Con un disco veloce. Un disco da gruppo. Da saletta. Attacca gli strumenti e parti, vai. Suona.
Non una rivoluzione, ma almeno un atto di appartenenza, quello sì. Si sono ripresi gli R.E.M. degli anni ’80 e ’90 senza fare troppi proclami. Un ritorno al passato non per compiacere il loro pubblico, ma per sopravvivere a una crisi.
Capire quello che il gruppo è ed è stato. Capire soprattutto quello che non sarebbe stato mai. Non sono una band da anni spesi in studio di registrazione a limare ogni difetto. Anche nei dischi più complessi c’era un senso di precarietà che li rendeva speciali. Diversi da tutto. Poi si sono seduti, ma l’hanno fatto comunque rischiando.
Con “Accelerate” sono tornati a non porsi domande. A divertirsi. E infatti quell’album ha goduto di riscontri di critica e pubblico forse anche eccessivi. Sono tornate le copertine delle riviste americane, ovunque si è parlato dei R.E.M. come di un gruppo ormai sciolto, ritornato in pista. E in forma.
In realtà quel disco di difetti ne aveva. E neanche pochi. Era un disco di attitudine, di suono, ma non di canzoni (non tutte, almeno). Era quello che ci voleva in quel periodo, però.
“Collapse Into Now” prende il via da lì. Sono i R.E.M. di “Accelerate”, con i suoni di “Accelerate”, che cercano di ricominciare a scrivere alla R.E.M. Non si concentrano su uno stile: sono rock, ma anche pop. Hanno le chitarre elettriche distorte, e pure le acustiche. Sono il gruppo che ha scritto “Monster”, ma pure quello che ha scritto “Out of Time”.
Sono i R.E.M. che fanno i R.E.M.
Bene, onestamente, senza sembrare la caricatura di loro stessi. E senza neanche porsi troppo il problema di quello che ci si aspetta da loro. Basta vedere il modo in cui hanno scelto di promuovere il nuovo album. Pochissime interviste, niente tour, un video non proprio facile, due singoli fatti uscire in contemporanea, un sacco di anteprime.
“Collapse Into Now” è semplicemente la fotografia del gruppo in questo preciso momento. Non è un disco col pilota automatico, è il disco che avevano voglia di fare e che dovevano fare adesso.
E pazienza se le canzoni somigliano ad altre, se si ha la sensazione di averle già sentite. Anche questo sono i R.E.M., la loro riconoscibilità è sempre stata la loro forza più grande. Quei giri di chitarra, quella voce, quei coretti. Tutto quello che serve, e che c’è.
Non aspettatevi rivoluzioni o un disco che vi cambi la vita. Quello l’hanno già fatto. E se siete ancora qui vuol dire che ci sono riusciti. Non aspettatevi neanche il disco dell’anno. Ma un album che riascolterete tanto, soprattutto se siete tra quelli che di questo gruppo hanno un bisogno quasi fisico. Ecco, quello sì.
Quello c’è. Un disco onesto, dopo trent’anni di carriera.
E non è poco... (E se, come sembra, questo sarà l'ultimo album dei R.e.m., bè forse, sarà la prima volta che piangerò per lo scioglimento di un gruppo, il mio gruppo...)
martedì 22 febbraio 2011
Up
Il tempo in tutto questo tempo mi è scivolato dalle mani. Post tronchi vegetano nell’archivio del blog. Fuori stanno arrivando i primi segni della primavera, ma il meteo preannuncia nuove temperature polari... il nuovo lavoro dei Radiohead scalza di prepotenza quello di PJ Harvey. Ieri c’era il sole, faceva notte tardi e indossavo una t-shirt. Riguardo con piacere in bluray Wall-E, Toy Story 3 e Up (Con Lore ci si accontenta solo di capolavori), eppoi leggo Eureka Street e non mi sembra quel gran romanzo che tutti dicevano, ci ho messo dieci anni a comprarlo e forse il mio istinto aveva ragione... Ho una gran voglia di un viaggio, o meglio di due viaggi: un week end a Parigi a portare Lore a Disneyland e una settimana a Sharm (rivoluzioni arabe permettendo)... Si lo so, mi sto imborghesendo di brutto...o solo sto invecchiando...Ma se vi può consolare, sono tornato!!
giovedì 17 febbraio 2011
InBilico
Perché in fondo lo siamo tutti, sempre un po’ in bilico
. In bilico tra il sole e la pioggia. Tra il vivere e il mal di vivere. Oggi non c’è il sole che mi scalda. Che mi fa stare. Oggi ci sarebbe bisogno di bere, di tamponare. Di anestetizzare il dolore e la paranoia. La depressione. E l’ansia che mi sale, che sento esplodere dentro. Gira nel mio cerchio. Confusione chimica. E voglia di partire insieme a questa pioggia, per lasciarmi andare. Sali con me sulla giostra del vento. Lasciamoci trasportare. Facciamo che sia l’aria che tira forte a decidere per noi. Del nostro respirare ognuno le mani dell’altro. Che in questo vivere e morire siamo anche capaci di ritrovarci a sorridere della vita. Alti e bassi che minano il nostro camminare già incerto. Che scavano il cervello, i ricordi. I sogni. La parte intima della storia di ognuno di noi. Le cazzate e le sconfitte. In bilico. Sempre. Comunque. I miei occhi continuano a ripercorrere strade che non so. Che quasi non vedo. Che non ho mai imparato veramente a memoria. E le persone che incontro fatico a riconoscerle. Incapace a riconoscermi in una dimensione che sento non essere la mia. Spesso. C’è la musica tirata a palla che fa da isolante alla vita, quella fuori dell’abitacolo. Una miscela che allo stesso tempo impaurisce ed esalta.Traccia 8/In The Dark Places. CD/Let England Shake. Polly Jean Harvey. In un continuo riavvolgimento del nastro...
. In bilico tra il sole e la pioggia. Tra il vivere e il mal di vivere. Oggi non c’è il sole che mi scalda. Che mi fa stare. Oggi ci sarebbe bisogno di bere, di tamponare. Di anestetizzare il dolore e la paranoia. La depressione. E l’ansia che mi sale, che sento esplodere dentro. Gira nel mio cerchio. Confusione chimica. E voglia di partire insieme a questa pioggia, per lasciarmi andare. Sali con me sulla giostra del vento. Lasciamoci trasportare. Facciamo che sia l’aria che tira forte a decidere per noi. Del nostro respirare ognuno le mani dell’altro. Che in questo vivere e morire siamo anche capaci di ritrovarci a sorridere della vita. Alti e bassi che minano il nostro camminare già incerto. Che scavano il cervello, i ricordi. I sogni. La parte intima della storia di ognuno di noi. Le cazzate e le sconfitte. In bilico. Sempre. Comunque. I miei occhi continuano a ripercorrere strade che non so. Che quasi non vedo. Che non ho mai imparato veramente a memoria. E le persone che incontro fatico a riconoscerle. Incapace a riconoscermi in una dimensione che sento non essere la mia. Spesso. C’è la musica tirata a palla che fa da isolante alla vita, quella fuori dell’abitacolo. Una miscela che allo stesso tempo impaurisce ed esalta.Traccia 8/In The Dark Places. CD/Let England Shake. Polly Jean Harvey. In un continuo riavvolgimento del nastro...
mercoledì 12 gennaio 2011
Best of 2010 - I Libri
Nell'anno dell'avvento definitivo dei libri in digitale, l'ebook che prende il sopravvento sui libri di carta...(non io che continuo a inebriarmi dell'odore della carta) vi è, dal punto di vista strettamente letterario la crisi dei nostri romanzieri preferiti, che hanno dato alla luce opere, o troppo all'avanguardia o troppo bestseller... Ma qualcosa si muove, conferme recentissime (Elizabeth Strout), saggi che si leggono come romanzi (Jonathan Safran Foer e Dave Eggers), esordii convincenti (David Nicholls e Wells Tower) e delusioni...tante (Auster, Cunningham, Robbins, Easton Ellis, Irving, Coe, ecc.)
Questi i dieci libri che ho amato di più nell'anno passato.
1) Solar - Ian McEwan
2) Se Niente Importa - Jonathan Safran Foer
3) Un Giorno - David Nicholls
4) Resta Con Me - Elizabeth Strout
5) Chiedi Scusa! Chiedi Scusa! - Elizabeth Kelly
6) Zeitoun - Dave Eggers
7) Non Conosco Il Tuo Nome - Joshua Ferris
8) Tutto Bruciato, Tutto Devastato - Wells Tower
9) Chronic City - Jonathan Lethem
10)Richard Yates - Cold Spring Harbor
Questi i dieci libri che ho amato di più nell'anno passato.
1) Solar - Ian McEwan
2) Se Niente Importa - Jonathan Safran Foer
3) Un Giorno - David Nicholls
4) Resta Con Me - Elizabeth Strout
5) Chiedi Scusa! Chiedi Scusa! - Elizabeth Kelly
6) Zeitoun - Dave Eggers
7) Non Conosco Il Tuo Nome - Joshua Ferris
8) Tutto Bruciato, Tutto Devastato - Wells Tower
9) Chronic City - Jonathan Lethem
10)Richard Yates - Cold Spring Harbor
martedì 11 gennaio 2011
Best of 2010 - I Dischi
Continua il periodo deprimente della musica. Il Rock'n'roll sembra davvero morto. Mancano i fuoriclasse, manca quel gruppo, quella scena che dia un nuovo inizio alla musica che amiamo. Non possono bastare due album come quelli degli Arcade Fire o di Antony And The Johnsons... Aspettiamo il miracolo fiduciosi, aspettiamo altri Nirvana che tornino ad incendiare di nuovo la scena e dare nuova linfa, nel frattempo questi gli album dell'anno appena trascorso che hanno suonato di più nel mio iPod, iPhone, iPad...
1) Arcade Fire - The Suburbs
2) Antony And The Johnsons - Swanlights
3) Micah P. Hinson - And The Pioneer Saboteurs
4) The National - High Violet
5) Philip Selway - Familial
6) Fistul Of Mercy - As I Call You Down
7) Eels - Tomorrow Morning
8) The Coral - Butterfly House
9) Rufus Wainwright - All Days Are Night-Songs for Lulu
10)Belle And Sebastian - Write About Love
1) Arcade Fire - The Suburbs
2) Antony And The Johnsons - Swanlights
3) Micah P. Hinson - And The Pioneer Saboteurs
4) The National - High Violet
5) Philip Selway - Familial
6) Fistul Of Mercy - As I Call You Down
7) Eels - Tomorrow Morning
8) The Coral - Butterfly House
9) Rufus Wainwright - All Days Are Night-Songs for Lulu
10)Belle And Sebastian - Write About Love
Best of 2010 - I Film
Un'annata quella appena trascorsa di buoni film, alcuni eccezionali, molti blockbuster. Il film più bello dell'anno per il sottoscritto è senza ombra di dubbio Inception, un capolavoro assoluto, seguito da Avatar, un altro film che è già nella storia. Poi tutti gli altri. Ecco la mia personale classifica e buone visioni a tutti per il 2011.
1) Inception - Cristopher Nolan
2) Avatar - James Cameron
3) The Social Network - David Fincher
4) Shutter Island - Martin Scorsese
5) L'Uomo Nell'Ombra - Roman Polanski
6) Bright Star - Jane Campion
7) The Road - John Hillcoat
8) Amabili Resti - Peter Jackson
9) Tra Le Nuvole - Jason Reitman
10)Wall Street, Il Denaro Non Dorme Mai - Oliver Stone
1) Inception - Cristopher Nolan
2) Avatar - James Cameron
3) The Social Network - David Fincher
4) Shutter Island - Martin Scorsese
5) L'Uomo Nell'Ombra - Roman Polanski
6) Bright Star - Jane Campion
7) The Road - John Hillcoat
8) Amabili Resti - Peter Jackson
9) Tra Le Nuvole - Jason Reitman
10)Wall Street, Il Denaro Non Dorme Mai - Oliver Stone
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