martedì 7 giugno 2011

Quelli Che Non Hanno Un Santo In Paradiso

Sono figli di gente umile, operai, contadini, bidelli.La generazione di quelli che non hanno santi in paradiso.

Figli di uomini e donne che hanno fatto enormi sacrifici per farli studiare. Quasi sempre una laurea ottenuta con il massimo dei voti. Tuttavia sono precari. Vale più o meno lo stesso per tutti quelli sotto i quarant'anni. Non possono permettersi una casa di proprietà: a malapena si arrangiano, per loro la vacanza significa lo spazio tra un lavoro e l'altro. Non pensano nemmeno ad avere figli: che cosa potrebbero dargli? Non un tetto, non la possibilità di studiare, non la garanzia che quando saranno anziani avranno almeno un minimo di pensione per essere un pò autonomi. Leggo che ora il governo si appresta a chiedere sacrifici, che ovviamente cadranno sulle spalle dei lavoratori dipendenti, non certo su chi da anni ha trasferito i propri risparmi su qualche isola tropicale. Ma sopratutto cadranno sulle loro spalle. Le spalle di chi è senza futuro. Sono proprio demoralizzato: mi chiedo quali altri sacrifici possa fare io e sopratutto loro per la nostra nazione, e se non sia meglio che cerchino altrove la possibilità, non di fare fortuna, ma semplicemente di costruirsi una vita "normale".

sabato 14 maggio 2011

NoNukes

Nel 1986 ci fu il disastro di Cernobyl che mise fine in Italia alla discussione sul nucleare. Credevamo che fosse qualcosa di vecchio che non si poteva più riproporre. La storia rivenne fuori quando l'illustre cavaliere e la sua ciurma in combutta con loschi personaggi volevano fare affari sulle scorie, seppellendole nel sud più bello, tanto là, avute assicurazioni dal boss della zona, nessuno si sarebbe accorto di niente. Non fu così, e la gente del sud firmò uno dei suoi capolavori più riusciti, ribellandosi e facendolo ingoiare di traverso quel decreto infame. Nel frattempo sempre gli stessi, il cavaliere e i suoi fanti ci stava riprovando. Nel 2011 il disastro di Fukushima è stato elevato a livello di pericolosità di Cernobyl. L'attuale governo, prima ha fatto un programma/piano energetico basato sul nucleare, poi a seguito degli ultimi eventi in Giappone, ha deciso di congelare provvisoriamente detto piano. Noi non siamo condizionati dall'emotività degli eventi, ma dai dati oggettivi che dimostrano che la magnitudo zero non esiste. L'Italia e il mondo intero non sono pronti per il nucleare visto che il Giappone è il paese tecnologicamente più avanzato nelle costruzioni antisismiche. In Italia non siamo in grado di smaltire i rifiuti solidi urbani, figuriamoci le scorie radioattive. Abbiamo il diritto di votare sul nucleare. Se ancora la democrazia ha un senso in questo paese, nessuno ci può scippare quel voto.

lunedì 9 maggio 2011

UnderBlueItalianSky

Sono vivo, bene o male...
Sono solo provato un pò da queste giornate: amici che consideravo tali e che si sono rilevati very original fake, pile di libri da leggere, film da vedere e cd da ascoltare, un paio di colloqui da fare, di cui uno che potrebbe cambiarmi la vita, corsi che inizio e non finisco mai, cuore che palpita, sudori che vanno e vengono...
Stupidaggini compiute troppe, tentativi di chiamarla troppi, tentativi andati a buon fine 1, ma era solo un sms ed meglio che non lo facevo, tristezza altalenante, gioia quasi assente, voglia di un caldo abbraccio lungo una vita

...
Schifezze ingurgitate, (testimonianti il periodo un pò così) una kilata abbondante al giorno, prima e dopo i pasti, ma anche durante. Riordinato in modo nevrotico cd e libri come consiglia Hornby, circa una decina di volte... I capelli che non si accomodano come voglio, mail che non si autorispondono, voglia di mare indescrivibile... forse quello della Spagna...ma anche quello di Scanzano va bene...
Occhi pallati, fermo davanti a Sky la mia mente fa giri infiniti, che in tv non danno nulla di decente... voglia del letto e delle coperte entro le prossime 2 ore...
Intanto nelle orecchie mi gira l'ultimo album dei Feelies, pieno di chitarre, pieno di vita, pieno di rock'n'roll... Bentornati!!

lunedì 11 aprile 2011

Walk It Back (Una Ballata)

Ho capito che ogni cosa che apprendo la imparo perché vengo lasciato lì solo ad annaspare, ma forse tutto questo un male non è. E certe volte mi sono sentito, e mi sento, così arrabbiato. Poi subito dopo mi passa. Sono fatto così.
Ho capito che a volte scelgo – ho scelto – di non scegliere, convinto che, nonostante i miei desideri, se la vita decide di prendere una strada la prende nonostante il fatto che io voglia – avrei voluto – andare dal lato opposto. Poi subito dopo mi passa. Sono fatto così.
Ho preso coscienza che per davvero i miei sì nel lavoro sono stati come goccioline di sangue lasciate cadere in un mare dove nuotano troppi squali… e capito che la gelosia e l’invidia causano tanti, troppi problemi e che non tutti sono contenti se in parte realizzi qualcosa per cui hai speso tante energie, tanto tempo, tanto di te stesso.
Ho dato il cuore, l’anima e le mie forze pensando come sempre che darli sia un grande gesto. Ci vuole coraggio, fegato, pelo nello stomaco.
Ho caricato la mia schiena di responsabilità, il mio io di paure, il mio stomaco di testardaggine, il mio corpo di sfide, ripetendomi che prima o poi anche se non ce l’avessi fatta, qualche obiettivo l’avrei raggiunto. Comunque. Sentendomi più di niente ma molto meno di qualcosa.
Ho visto persone perdersi, trovarsi e farsi forza solo nella propria sete di riscatto, ma per riscattarsi si deve per forza camminare e calpestare chiunque? Ho provato sdegno, mi sono fatto piccolo piccolo, ho smesso di sentire, ma non di guardare, e mi sono sentito così più di niente e molto meno di qualcosa.
Sono andato avanti, credendo che se anche fossi caduto mille volte, non avrei mai dato soddisfazione a chi ha aspettato e aspetta solo il momento di debolezza per colpire. Ho pianto perché deluso, perché impaurito, perché spesso quello ci rimette sono io. H

o capito che dopotutto non ne vale la pena.

giovedì 7 aprile 2011

OgnunoPersoDentroICazziSuoi

Chi con le canne, chi con il vino o lo champagne, chi con l'amante o l'iPad. Chi con la merda del calcio di questo periodo, chi con la pay TV, chi con il lavoro o con la noia. Chi dall’ordine maniacale, chi dal bisogno di boicottare, chi dall'iPhone o dal blackberry e

chi da un “comportamento esemplare”. Chi dai TG e chi dalle “lacrime comprate”. Chi dal venerdì sacro, chi dal sabato dello sballo, chi dal giardino o dal giardiniere. Chi dall’auto potente e chi da un “io uso la bicicletta perché è fico”. Chi dai soldi, chi dalla fame, chi dall’apparire o il bisogno di arrivare. Chi dal partito (ma ci sono ancora??), chi dal sentirsi qualcuno, chi da un “dai che voglio sapere”, chi dalle chiacchiere di quartiere e chi dal proprio cazzo. Chi dalle ferie, chi dai vestitini firmati e chi da quelli stracciati. Chi dalla mamma, chi dal gioco d'azzardo, chi dalla figa o da un sedere.

Ti basta, o insiti a fare delle differenze? [indifferenze?]

venerdì 25 marzo 2011

MyHometown

I ritorni sono sempre difficili. Torni con tante domande. Molti dubbi. Lasci a casa tutti gli affetti. La mamma, il papà, i fratelli, i nipotini che crescono, gli amici che vivono la loro vita. Guardi la tua terra quasi come uno straniero. Vedi le cose come dall’alto e cerchi di capire.

Il tuo legame con quella realtà è molto forte. È dove sei nato, dove hai passato gran parte della tua vita, dove pensavi di vivere un giorno. Poi sei partito. E ti senti sconfitto, perché non sei riuscito a essere quello che volevi essere. Il lavoro, la situazione economica e la sfortuna non ti hanno permesso di realizzare i tuoi sogni. È difficile per me pensare a una persona che nasce pensando di partire. La partenza è quasi sempre una necessità o forse un obbligo. Si parte anche con il sogno di tornare.

Ogni volta che torni nel tuo paese d’origine ti chiedi che ne è stato dei tuoi amici. Si sono sposati? Hanno figli? Hanno comprato casa? La macchina?

A volte è più importante questo che la tua realtà d’emigrato. A volte ti sacrifichi solo per fare vedere alla tua famiglia che stai bene. Una sorta di riscatto personale alla vita. La voglia di nascondere i drammi della tua vita d’emigrato. Ti metti sempre dalla parte dell’eroe. Poi finisce. Il tempo passa e devi tornare. A Modena. Nella tua casa con i tuoi fantasmi.

Allora cominciano le domande, ti ritrovi con te stesso, rivedi la tua vita e ti rendi conto che molte cose sono virtuali. Che il tuo rapporto con le persone a casa è basato su fatti che hai voluto raccontare. E che anche la tua realtà emiliana è un po’ falsata.

Non si riesce mai a raccontare tutto e qualche volta, quando non si hanno risposte o non si possono dare risposte, si mente. L’e

migrato è molte volte bugiardo: con le persone della sua terra, con le persone della sua nuova terra e con se stesso.

martedì 22 marzo 2011

Rock'n'Roll

Domani che è il mio compleanno, sono più felice del solito. Vorrei parlarvi dei miei primi quarantanni e passa. O dei miei prossimi quarantanni. O della voglia di prendere una barca a vela e girare per mari e porti. O di tutti i libri che ancora non ho letto. O dei dischi che non mi stancherò mai di ascoltare. Dei film che mi emozioneranno ancora. Degli amici persi per sempre e di quelli che non ho mai avuto. Faccio analisi insomma. Di cosa sono diventato e di quello che volevo essere. (Intanto ho finito di leggere l'ultimo Michael Cunningham che mi è piaciuto molto, davvero un gran bel romanzo... eppoi sono in piena fase R.e.m., nel senso che ascolto solo il loro ultimo fantastico album...) E poi alla fine penso che... baby, la vita, come il rock'n'roll è tutta un'altra storia...

lunedì 14 marzo 2011

OneWay

Ho smesso di scrivere, ma poi ne ho sentito la mancanza, non era giusto abbandonare questo amore… Mi sono guardato allo specchio una mattina, e la sera dopo ho smesso di fumare, ho tirato fuori di nuovo la calzamaglia e le scarpette ed ho ripreso a correre, all'inizio piano, poi più forte, fino a prendere il mio ritmo di sempre … Poi ho messo in fila quel che non mi piaceva ed ho iniziato a parlare e a far valere le mie ragioni: non ho trovato una soluzione per tutto ma iniziare mi è sembrato un passo enorme… Ho ancora dei piccoli buchi di incertezza mescolata ad insicurezza, a tratti ho paura, ho qualche momento di ansia, sudore freddo e palpiti troppo veloci sul mio cuore… Non è detto che una paura non possa essere trasformata in qualcosa di positivo per se stessi... perché certe volte tutto è il contrario di tutto...

lunedì 7 marzo 2011

Lotus Flower

Oggi è di nuovo Modena. Che mi parte a palla quasi fosse da sempre inserita nel mio iPod. I Radiohead sembrano suonare e dipingere questa città di pianura. Sarà per la presenza quasi isterica di un vento antipatico. O per il tuo sguardo. Su cui appoggerò le mie mani stanche, non lontano da ciò che più mi è rimasto ancora, vivo, dentro il cuore. Modena è splendida sotto questo leggero sole di un inverno che sta chiudendo i battenti. In questa linea di confine dipinta da razze opposte e da te, piccola. Colori acidi che sfumano violentemente in quel colpo alla schiena chiamata cassa integrazione. Non è un caso, credo, che ad un certo punto mi fermo impassibile a fissare una birra da mezzo, mentre i Radiohead cantano Lotus Flower. Traccia n°5

di un capolavoro. Poi sei ancora te. Sempre. Che però vedo per poco. Troppo poco per perdere il mio sguardo nel tuo.

mercoledì 2 marzo 2011

Collapse Into Now

Ripartiamo da zero. Oppure da uno.
Da “Accelerate“, il disco del 2008.
Non ha senso guardare troppo indietro, per raccontare i R.E.M. di “Collapse Into Now“. Quella storia, la storia che inizia nel 1980 e continua con sei dischi in sei anni, dal 1983 al 1988; la storia di “Green” e “Out Of Time“, di Losing My Religion che diventa una hit mondiale così, dal nulla, di “Automatic For the People“, forse il miglior disco pop rock degli anni’90, di “Monster” e “New Adventure in Hi-Fi“; la storia di Bill Berry che smette di suonare e “Up” che viene fuori non si sa bene come, di “Reveal” e “Around the Sun“. Quella storia lì, che c’è e che pesa come un macigno, lasciamola da parte per un momento.
Ripartiamo da “Accelerate“, appunto. Dai R.E.M. arrivati probabilmente alla fine della corda dopo aver tentato di giocarsi la carta della grande pop band su scala mondiale.
Non sono mai stati gli U2, e neanche i Radiohead, anche se nell’immaginario collettivo vengono indicati come una delle tre o quattro band da stadio rimaste. Superati a destra, nel corso dell’ultimo decennio, da Coldplay, Muse e Pearl Jam.
Dovevano diventare una cosa per tutti, sono stati la cosa di tanti. Un gruppo atipico, e bastava andare a un loro concerto per accorgersene. Anche un concerto in uno stadio. Uno di quelli con il pienone. La sensazione è che gran parte di quella gente fosse lì per ascoltare un paio di canzoni e basta. Il resto erano e sono fan. Di quelli veri. Quelli che hanno vissuto i R.E.M. indipendenti, oppure hanno compiuto il percorso inverso. All’indietro.
Dopo “Around the Sun” sembravano finiti, destinati a sciogliersi oppure continuare finendo per diventare la macchietta del gruppo che fu. Quelli che vai a vedere dal vivo sperando nel greatest hits. E poco altro.
Sono ripartiti da loro stessi. Con un disco veloce. Un disco da gruppo. Da saletta. Attacca gli strumenti e parti, vai. Suona.
Non una rivoluzione, ma almeno un atto di appartenenza, quello sì. Si sono ripresi gli R.E.M. degli anni ’80 e ’90 senza fare troppi proclami. Un ritorno al passato non per compiacere il loro pubblico, ma per sopravvivere a una crisi.
Capire quello che il gruppo è ed è stato. Capire soprattutto quello che non sarebbe stato mai. Non sono una band da anni spesi in studio di registrazione a limare ogni difetto. Anche nei dischi più complessi c’era un senso di precarietà che li rendeva speciali. Diversi da tutto. Poi si sono seduti, ma l’hanno fatto comunque rischiando.
Con “Accelerate” sono tornati a non porsi domande. A divertirsi. E infatti quell’album ha goduto di riscontri di critica e pubblico forse anche eccessivi. Sono tornate le copertine delle riviste americane, ovunque si è parlato dei R.E.M. come di un gruppo ormai sciolto, ritornato in pista. E in forma.
In realtà quel disco di difetti ne aveva. E neanche pochi. Era un disco di attitudine, di suono, ma non di canzoni (non tutte, almeno). Era quello che ci voleva in quel periodo, però.
“Collapse Into Now” prende il via da lì. Sono i R.E.M. di “Accelerate”, con i suoni di “Accelerate”, che cercano di ricominciare a scrivere alla R.E.M. Non si concentrano su uno stile: sono rock, ma anche pop. Hanno le chitarre elettriche distorte, e pure le acustiche. Sono il gruppo che ha scritto “Monster”, ma pure quello che ha scritto “Out of Time”.
Sono i R.E.M. che fanno i R.E.M.
Bene, onestamente, senza sembrare la caricatura di loro stessi. E senza neanche porsi troppo il problema di quello che ci si aspetta da loro. Basta vedere il modo in cui hanno scelto di promuovere il nuovo album. Pochissime interviste, niente tour, un video non proprio facile, due singoli fatti uscire in contemporanea, un sacco di anteprime.
“Collapse Into Now” è semplicemente la fotografia del gruppo in questo preciso momento. Non è un disco col pilota automatico, è il disco che avevano voglia di fare e che dovevano fare adesso.
E pazienza se le canzoni somigliano ad altre, se si ha la sensazione di averle già sentite. Anche questo sono i R.E.M., la loro riconoscibilità è sempre stata la loro forza più grande. Quei giri di chitarra, quella voce, quei coretti. Tutto quello che serve, e che c’è.
Non aspettatevi rivoluzioni o un disco che vi cambi la vita. Quello l’hanno già fatto. E se siete ancora qui vuol dire che ci sono riusciti. Non aspettatevi neanche il disco dell’anno. Ma un album che riascolterete tanto, soprattutto se siete tra quelli che di questo gruppo hanno un bisogno quasi fisico. Ecco, quello sì.
Quello c’è. Un disco onesto, dopo trent’anni di carriera.
E non è poco... (E se, come sembra, questo sarà l'ultimo album dei R.e.m., bè forse, sarà la prima volta che piangerò per lo scioglimento di un gruppo, il mio gruppo...)